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Vesuvio: eruzione pliniana del 79 d.C.

(di Ferdinando Fontanella da: Racconti di un naturalista stabiese - 2010)


Era il mese di agosto, il giorno 24*, quando il Monte Vesuvio rivelò, all’Impero romano, la sua natura vulcanica eruttando con violenza devastante, sconvolgendo per secoli le terre più incantevoli della prosperosa Campania.

Il Vesuvio prima del fatidico 79 d.C. veniva da un lungo periodo di quiescenza durato all’incirca 7 – 8 secoli, un lasso di tempo che aveva portato gli abitanti del suo circondario a credere che si trattasse di un tranquillo e fertile monte. Il geografo e storico greco Strabone, però, ne aveva intuito la natura vulcanica e così scriveva nel 10 a.C. “Il Vesuvio è una montagna rivestita di terra fertile alla quale sembra che abbiano tagliato orizzontalmente la cima; codesta cima forma una pianura quasi piatta, totalmente sterile, del colore della cenere, nella quale si incontrano di tratto in tratto caverne piene di fenditure, formate da pietre annerite come se avessero subito l’azione del fuoco; di modo che si può congetturare che là vi fosse stato un vulcano il quale si è spento dopo aver consumato tutta la materia infiammabile che gli serviva da alimento. Forse è questa la causa cui dobbiamo attribuire la mirabile fertilità delle pendici della montagna”.

Strabone intuisce la natura vulcanica del Vesuvio, considerandolo tuttavia ormai spento, ed aggiunge nel suo scritto un particolare fondamentale per la storia dei popoli vesuviani: la mirabile fertilità delle pendici della montagna.

È proprio grazie ai preziosi minerali eruttati dal Vesuvio che le terre e i monti dei dintorni sono straordinariamente fertili, una caratteristica questa che ha da sempre convinto i popoli a stanziarsi in queste zone. Ed è per questo che nel 79 d.C. il vesuviano era riccamente popolato.

L’evento eruttivo distrusse le prospere e popolose città di Ercolano, Oplonti, Pompei e Stabiae, e causò la morte di migliaia di persone e tra queste quella dell’illustre naturalista Plinio il vecchio che morì soffocato sulla spiaggia di Stabia.

Plinio il giovane, nel raccontare la morte dell’illustre zio, in una lettera inviata allo storico Tacito riferisce accuratamente i drammatici avvenimenti di quei giorni e fornisce la descrizione delle fasi dell’evento eruttivo, in suo onore oggi le eruzioni che hanno le stesse caratteristiche di quella descritta da Plinio sono dette “Pliniane”. Ecco una sintesi degli scritti di Plinio il giovane:

Egli [Plinio il Vecchio] era a Miseno ove personalmente dirigeva la flotta. Il nono giorno prima delle calende di settembre [24 agosto], verso l’ora settima, mia madre gli mostra una nube inconsueta per forma e grandezza (…) La nube si levava, non sapevamo con certezza da quale monte, poiché, guardavano da lontano: solo più tardi si ebbe la cognizione che il monte era il Vesuvio. La sua forma era simile ad un pino più che qualsiasi altro albero. Come da un tronco enorme la nube svettò in alto nel cielo e si dilatava e quasi metteva i rami. Credo, perché prima un vigoroso soffio d’aria, intatto, la spinse in su, poi, sminuito, l’abbandonò a se stessa, o anche perché il suo peso la vinse, la nube si estendeva in un ampio ombrello: a tratti riluceva di immacolato biancore, a tratti appariva sporca, screziata di macchie, secondo il prevalere della cenere o della terra che aveva sollevato con se (…) Da uomo eruditissimo qual era, egli ritenne che il fenomeno dovesse essere osservato meglio e più da vicino. Ordina, allora, che gli sia apprestata una liburna (…) Era sul punto d’uscir di casa: riceve un messaggio di Rectina, moglie di Tasco, atterrita dal pericolo che vedeva sovrastarla (la sua villa era, infatti, ai piedi del monte, e nessuna possibile via di scampo v’era tranne che con le navi); supplicava d’esser sottratta a tale pericolo. Egli, allora, mutò consiglio e, quello che intendeva compiere per amor di scienza, fece per dovere. Dette ordine di porre in mare le quadriremi e s’imbarcò egli stesso, per portare aiuto non alla sola Rectina, ma a molti (infatti, per l’amenità dei siti, la zona era molto abitata) (…) Già la cenere pioveva sulle navi, sempre più calda e densa quanto più esse si avvicinavano; e si vedevano già pomici e ciottoli anneriti e bruciati dal fuoco e spezzati, poi un passaggio e la spiaggia bloccata dai massi proiettati dal monte. Dopo una breve esitazione indeciso se tornare indietro come gli suggeriva il pilota, esclama: “La fortuna aiuta gli audaci, dirigiti verso Pomponiano!” Questi si trovava a Stabia, dall’altro lato del golfo (…) Frattanto dal monte Vesuvio, in molte parti risplendevano larghissime fiamme e vasti incendi, il cui risplendere e la cui luce erano resi più vividi dalla oscurità della notte. Per calmare le paure [di Pomponiano], mio zio diceva che si trattava di case abbandonate che bruciavano, lasciate abbandonate dai contadini in fuga (…) Già altrove faceva giorno, ma là era notte, più scura e fitta di ogni altra notte; ancor che molte fiamme e varie luci la rompessero. Egli volle uscire sul lido e guardare da vicino se fosse il caso di mettersi in mare; ma questo era, tuttavia, tempestoso ed impraticabile. Quivi, buttatosi su un lenzuolo disteso, domanda dell’acqua e beve per due volte. Intanto le fiamme e un odore sulfureo annunziatore delle fiamme fanno sì che gli altri fuggano ed egli si riscuote. Sostenuto da due servi si leva e spira nel punto stesso; dal momento che il vapore che aumentava gli impedì, così come io penso, il respiro e gli serrò lo stomaco…”.

Tanti anni sono passati dalla grande eruzione pliniana, un lasso di tempo in cui il Vesuvio ha più volte ribadito la sua identità, quasi a volersi adattare alla brevità della vita umana e alla sua labile memoria, per non farsi mai più ricordare come tranquillo monte, ma come temibile vulcano. Quasi a voler dire alle genti che vivono alla sue pendici “State attenti, non fidatevi troppo di me!” un monito che il poeta latino Stazio, 11 anni dopo l’eruzione del 79 d.C., concretizza in questi versi “Crederà la generazione ventura degli uomini, quando rinasceranno le messi e rifioriranno i deserti, che sotto i loro piedi sono città e popolazioni e che le campagne degli avi si inabissarono? Eppure questa cima non smette la sua mortale minaccia”.

Oggi il Vesuvio è di nuovo in quiete e nella nostra memoria il vulcano, che ha eruttato per l’ultima volta, poco più di 60 anni fa, già si prefigura come calmo e placido, una imperdonabile mancanza di rispetto, che mette a rischio l’esistenza di quasi un milione di persone.

Twitter: @nandofnt

* in commemorazione del disastroso evento vesuviano, in questo scritto viene utilizzata la data 24 agosto del 79 d.C. (calcolata in base allo scritto di Plinio il Giovane), anche se da recenti studi archeobotanici, essa sembra non essere esatta per la mancata corrispondenza al periodo in cui sono in maturazione alcuni frutti tipicamente autunnali (melograno, castagne, uva, noci, ecc.) ritrovati carbonizzati e sigillati negli stessi lapilli eruttivi che inghiottirono la sfortunata popolazione.


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