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Terremoto: la memoria storica e i dati scientifici

"di Ferdinando Fontanella - già apparso in ilgazzettinovesuviano.it del 23/11/2010"

(approfondimenti scientifici)


Terremoto 1980“Il terremoto colpì principalmente l’Irpinia, causando danni in un’area compresa tra Salerno, Avellino, Napoli e Melfi. Nell’area degli effetti di danneggiamento sono compresi, allo stato attuale delle conoscenze, 67 paesi di cui oltre 20 furono distrutti quasi completamente o subirono danni gravissimi estesi alla maggior parte del patrimonio edilizio. Notevoli danni agli edifici religiosi sono attestati anche a Napoli, Benevento e Melfi”.

Questa citazione, tratta dal “Catalogo dei forti terremoti in Italia dal 461 a.C. al 1990” pubblicato ne 1995 dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), non è riferita al terremoto del 23 novembre 1980, come tutti siamo portati a credere, ma riguarda un evento sismico di notevole entità avvenuto nelle stesse zone all’incirca 200 anni prima: era il 29 novembre del 1732.

Conservare la memoria storica dei terremoti, la loro frequenza, la loro entità, è uno dei migliori metodi per proteggersi da eventi di questo tipo. La memoria storica è la base per realizzare carte che indicano la probabilità del verificarsi di un terremoto, questo materiale aiuta ad organizzare efficaci piani di protezione civile basati ad esempio sulla progettazione di strutture capaci di resistere, entro certi limiti, ai danni provocati dai terremoti. La memoria storica ci dice che la Campania è un territorio che in passato è stato più volte colpito da terremoti di notevole entità. Considerando solo gli ultimi 200 anni si registrano, infatti, ben 5 eventi sismici rilevanti, oltre al già citato terremoto del 1732, vanno ricordati quelli: del 1853 che colpì l’Appennino meridionale ed in particolare l’Irpinia e le alte valli dei fiumi Sele e Ofanto; del 1883 che rase al suolo la parte occidentale dell’Isola d’Ischia; del 1930 che interessò l’Irpinia, causando gravi danni alle provincie di Avellino, Potenza e Foggia; ed infine il terremoto del 1980 che colpì la Campania e la Basilicata, causando gravissimi danni in numerose località. Sappiamo, dunque, che il territorio campano è potenzialmente soggetto a nuovi e forti terremoti, a conferma del dato storico ci sono anche le informazioni ricavate dalle ricerche scientifiche.

Un terremoto è un fenomeno naturale definibile senza ricorrere a dogmi e superstizioni, è una “vibrazione della terra” che si genera in seguito alla rottura e allo spostamento delle rocce lungo linee di frattura dette faglie. Il punto all’interno della terra in cui i blocchi di roccia si rompono, spostandosi e causando la vibrazione del suolo, è detto ipocentro, la proiezione di questo punto sulla superficie terrestre è detta epicentro. Le forze capaci di generare un evento sismico vanno ricercate nella dinamica geologica del pianeta, i terremoti campani possono essere di origine vulcanica e le vibrazioni sono generate dalle variazioni di pressione del magma contenuto nella camera magmatica, eventi di questo tipo, di lieve entità, si registrano quotidianamente nelle aree vulcaniche vesuviana e flegrea. Esistono poi i terremoti tettonici, la rottura delle rocce è causata dalle immani forze che si sprigionano dallo scontro della placca africana che spinge contro quella euroasiatica.

L’Italia in questo scenario è come un “vaso di coccio tra due di ferro” le rocce appenniniche, compresse o stirate dalle spinte, si fratturano e causano i terremoti più devastanti. Non è un caso, dunque, che i terremoti campani più distruttivi abbiano come epicentro le zone appenniniche del Beneventano e dell’Irpinia. Basandoci sui dati forniti dalla memoria storica e dalla ricerca scientifica è lecito supporre che esiste una certa rilevante probabilità che, in futuro imprecisato, un nuovo e forte terremoto colpisca la Campania, infatti, tutti i 551 comuni della regione sono classificati a “rischio sismico”, di questi ben 489 sono catalogati col grado di elevata e media sismicità e solo 62 col grado di bassa sismicità.

Dati che parlano chiaro e che devono far riflettere, perché il pericolo è concreto ed è grave se consideriamo che all’alta probabilità che si verifichi un nuovo sisma non è associata un’adeguata e reale prevenzione. Ancora oggi nelle regioni colpite dal terremoto del 1980 poco o nulla è stato fatto. Con quali angoscianti prospettive ci accingiamo a guardare al futuro sapendo che il tessuto urbano e sociale del territorio può essere stravolto, improvvisamente e drammaticamente, da un nuovo terremoto. Ragionando in questi termini la ricorrenza del terremoto, che il 23 novembre alle ore 19.34 di trenta anni fa ha cambiato le nostre vite, non deve essere solo una triste commemorazione dei tanti morti e dei notevoli danni, ma può e deve diventare un momento di riflessione ed informazione generale, cosicché un evento drammatico del passato possa fornire le basi per scongiurarne uno futuro.

Twitter: @nandofnt


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